Il varco di merda

Più volte nella vita capita di trovarsi di fronte il varco di merda.
Il varco di merda c’è solo un modo di oltrepassarlo.
Oltrepassarlo.
Dopo che nei hai passati un po’ sai cosa ti aspetta nel varco di merda: merda, odore nauseabondo di merda, buio di merda, corpo lambito dalla merda, non sapere dove finisce il tuo corpo e dove inizia la merda, non sapere quando finirà il passaggio nella merda, confusione di merda.
E’ facile che avrai crisi di pianto e scoramento. Lacrime, paura e merda.
Poi, ad un certo punto, quando meno te lo aspetti, se ti impegni il giusto e lasci fare al varco di merda il suo lavoro di merda, ecco che il varco lo hai alle spalle. Hai passato il varco di merda.
Puoi andare a fare la doccia.
Ti asciughi ed ecco che senti l’effetto del passaggio del varco di merda.
Il tuo naso sente gli odori, mille altri odori oltre alla merda.
Non più solo merda ma odore di aria, di foglia, di pelle, di nuca, di panino, di portico, di cane bagnato e asciutto, di galaverna, di gemma, di candito tolto dal panettone di una che mangia il panettone ma senza canditi, di acqua che scorre.
E niente, tu annusi e ti dici, caspita quanti odori.
E respiri respiri respiri e odori e respiri e poi ancora.

Ecco la raffinata metafora che mi va di depositarvi qui oddì 16 Gennaio 2016.

Buon sabato a tutti.

Mi hanno detto vai al Coin di Torino che chiude

Ieri sono andata al Coin di Torino che chiude. Mi hanno detto vai al Coin di Torino che chiude, c’è tutta la roba sparsa come al Balon e gli sconti 50-60-70 anche 80. Infatti è vero. C’è tutta la roba sparsa e gli sconti. Di tutto, una malloppa di roba e sconti. Mi sono aggirata in stato confusionale, pareva un paesaggio da fantascienza, con la gente che vagava fra i cumuli di roba e si chiamava: “Marì, Marì, guarda questo, per il letto!” E Marì veniva, vagliavano insieme: “Dici che è un bel colore?” “Masì, al 50%!” E allora facevano su il fagotto e proseguivano oltre a vagliare pentole, sottopiatti, ceste, cuscini pelosi. Io vagavo fra i cercatori, cercatore anche io, ma mi è venuta la confusione tipica che mi viene quando c’è troppa roba, non so se voglio qualcosa e perché, mi viene una specie di vertigine mista a tristezza, mista a paura per la gente che ieri sera mi pareva feroce e mi pareva che loro sì, sapevano cosa volevano: volevano tutto! E io, io cosa volevo? All’ora di chiusura s’è fatto tutto frenetico. I commessi cercavano di spingere le persone alla cassa, in malo modo, come mandriani. Una signora è fuggita dalla fila, voleva ancora vagliare l’acquisto di una tovaglia, il commesso l’ha ripresa, hanno litigato. Un altro dalla cassa ha detto: “Fregatene, tanto alle sette e mezza io chiudo la cassa e chi c’è c’è”. E una signora in fila ha detto “Eh no, adesso ci fate pagare!” E ha iniziato a chiamare la figlia, che venisse, che le dicesse cosa voleva fare con il cervo. Così quando sono arrivate alla cassa avevano la questione aperta del cervo soprammobile. Non sapevano se prenderlo o no. La commessa le guardava fisse e non ci poteva credere che stavano bloccando la fila e la sua uscita per il cervo. Ma loro stavano esattamente facendo quello: dovevano vagliare l’acquisto e avevano il diritto di prendersi il loro tempo, ne erano certe. Ad un certo punto il commesso ha detto alla signoora che fuggiva dalla fila e tornava e fuggiva e tornava prendendo e posando roba: “Signora, guardi che domani riapriamo, può tornare domani!” E la signora era rossa in viso e confusa e stringeva il suo mucchio di tele colorate e di buona fattura ma che non sembravano più né allegre né di valore, sembravano qualcosa di molto triste. Io continuavo a domandarmi se volevo qualcosa o no e a domandarmi perché sono quel tipo di persona che va in confusione e tenevo in mano un reggiseno a fascia, che avevo detto l’altro giorno che volevo comprarmi un reggiseno a fascia, ne ho BISOGNO, e quindi sì, ho deciso che lo prendevo e davo un senso a quel viaggio negli inferi delle cose con quell’acquisto, che ne ho BISOGNO, come si fa senò a mettere quel certo abito? Si vedono le spalline e non mi piace che si vedano le spalline!
Anche la signora ha deciso di prendere il cervo.
Siamo uscite.
Fuori c’era aria, notte, persone e cose dentro i negozi chiusi. Molte cose dentro i negozi. Chiuse. Innocue. Ho pensato meno male che sono chiuse lì, almeno per questa notte non possono più mandarmi in confusione.
Poi io non so se Marì è contenta del colore e la signora è contenta del suo acquisto di cervo.
Io ho sbagliato taglia.

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Post invettivo del mattino.

Ecco, se qualche volta ho dato segni di amelismo, me ne pento e me ne dolgo, non era mia intenzione, non è nelle mie corde, non voglio assolutamente rifarmi a quell’immaginario lì. Vengo dalla provincia disagiata, inelegante, tamarra e post proletaria, lavoro per mantenermi, faccio fatica, mi lamento e tengo duro. Odio detesto non tollero l’amelismo. C’è un abisso fra l’immaginario infantile e l’infantilismo, fra l’invenzione linguistica e l’eccentricità di moda, fra la trovatina e l’avere qualcosa da dire, fra il meravigliarsi e l’essere imbambolati, fra Carol Rama e un disegnino colorato. Il comico è parente stretto del tragico, non del buffo e del naif.
I calzini per me significano piedi a terra, dare importanza al piccolo, al particolare, sdrammatizzare, non fare i seriosi, significano giocare e i giochi sono roba seria – serio e serioso sono due cose completamente diverse; i calzini significano “cose che si perdono”, perdita, cammino, passi.
Adoro le invettive, spesso scrivo per rabbia.
Salviamoci dall’amelismo tutti insieme.
Amen
Vado a fare la spesa

(p.s. Non ce l’ho con il personaggio di Amelie, ma con l’amelismo)

Storiella di pessimismo e uccellini

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Nel bagno delle donne in un locale dopo aver bevuto un po’

Una aspetta muovendosi un po’ da una gamba all’altra perché le scappa.
Arriva un’altra, dice “coda?”
La prima smette di ballonzolare perché si vergogna di farsi beccare mentre le scappa palesemente la pipì, sorride alla nuova arrivata e dice “Sì, ma ci sono solo io”.
Le due rimangono per un po’ insieme, poco, oscillano entrambe, ma poco, perché a entrambe scappa un casino ma non vogliono ballonzolare in maniera troppo evidente davanti a una sconosciuta.
Lanciano occhiate allo specchio e all’altra, si aggiustano i capelli.
Esce la occupante del bagno. La prima e lei si scambiano un sorriso accennato che vuol dire:
Ho finito
Grazie, mi fiondo.
La seconda si fionda ma cercando di non dare l’impressione di fiondarsi.
L’ex occupante del bagno si lava le mani e poi si aggiusta i capelli, la faccia.
Quella in attesa la guarda e ballonzola internamente.
Appena l’ex occupante se ne va, lei inizia a ballonzolare palesemente, ma arriva un’altra, dice “coda?”
Quella in attesa smette di ballonzolare perché si vergogna di farsi beccare mentre le scappa palesemente la pipì, sorride alla nuova arrivata e dice “Sì, ma ci sono solo io”.
E così via.
Per tutta la sera.
Ragazza dopo ragazza.
Uno può usare questa successione in alternativa alle pecore, ad esempio, se non si riesce a dormire, oppure per spiegare il concetto di infinito, non so. Comunque funziona così.

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Lui, lei, la noia

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Dell’autismo creativo

Devo rivelarvi una verità scabrosissima: ogni volta che qualcuno mi dice “dovresti proprio scriverci una poesia” (e racconta un fatto, riporta una frase memorabile e/o divertente e/o curiosa ecc), la poesia in questione muore.
Forse anche altri possono confermare questo fenomeno, a me capita sempre. Anche se la cosa in questione (racconto, frase, ecc) la trovo davvero curiosa, divertente, interessante.

E mi son domandata perché.

E mi son risposta: forse perché quel senso di stupore/epifania/curiosa associazione mentale dalla quale nasce la voglia di scrivere una poesia non può essere indotto, viene fuori da dei circuiti stranissimi inconsci che se ne fregano alla grande di ciò che ti dice un altro, seguono (il)logiche loro, privatissime.
Probabilmente questa faccenda vi pare antipatica e presuntuosa, ma è così, non ci posso fare nulla.

E voi direte, va beh, ma perché ce lo dici, perché non ti diciamo più “dovresti proprio scriverci una poesia”?

No, affatto, è che l’ho realizzato ora e son anche curiosa di sapere se capita anche ad altri scriventi o solo io ci ho l’autismo creativo…

Tornando verso casa

Tornando verso casa, vicino alla stazione, spesso trovo un accrocchio di anziani che mettono in scena la manfrina delle tre carte o dei tre bicchieri con la pallina sotto.
C’è sempre un tipo bassetto e i suoi compari: uno che fa il palo, gli altri, mi sembra di aver capito chi sono, nel circoletto che si crea.
Questi personaggi esercitano su di me un fascino da favola, da gatto e volpe, da bassotti. E mi domando se davvero ce la fanno, se riescono a raggirare qualcuno, se qualcuno ancora ci casca. Sono anziani di un’anzianità poco decorosa, equivoci, cattivelli. Ma lì vicino c’è un bar con le macchinette. Guardo quei colori di merda, la gente lì appiccicata, imbambolata, illusa. Penso ai giri d’affari che stanno dietro a quelle macchine. E non riesco a non fare il tifo per loro, per i gatti e le volpi, per la loro destrezza truffaldina, la faccia da culo, la loro umanità rancida, invecchiata male.

Storie di una timida

Io normalmente, sui libri, ho la politica del non molestare nessuno perché legga ciò che ho scritto.
Certo, sono molto “social”, mando mail e inviti a eventi, ma poi rarissimamente mando mail a qualcuno dicendo “Hei tizio (leggi: scrittore, letterato, critico, redattore ecc) ho scritto questo, lo leggi? Se vuoi te ne faccio avere una copia”. Ho questa politica che penso “Se quello che scrivo vale qualcosa arriverà per vie sue a mani pensanti leggenti e apprezzanti”. Inoltre, sempre penso, non lo devo fare io, piuttosto l’editore.
Probabilmente sono cretina, ma odio invadere la gente e quindi tendenzialmente non lo faccio e se lo faccio lo faccio con persone che conosco bene e con cui c’è confidenza, oppure mi viene male di un male così imbarazzante che è meglio che io non lo faccia.
Le volte che l’ho fatto si possono contare sulle dita di una mano senza arrivare a 5.
Una di queste ha come protagonista Paolo Nori.
Vado a sentire una sua bella lettura.
Ora, sappiate che nella mia mente ci sono due voci: una (con accento piemontese) dice “non rompere i coglioni, non invadere il prossimo tuo, ricorda il primo comandamento sabaudi che è NON DISTURBARE”, la seconda (che chiameremo Pabblic relescion) dice “sei una demente, cosa ti costa allungare un libro, al massimo non lo legge, NON FARE LA PIEMONTESE”.
Niente, quel giorno vince Pablic relescion.
Così esco munita di libro mio. Ascolto il reading che è fichissimo, mi fermo a chiacchierare con Nori mentre Pablic relescion ci dà sotto (“Dagli ‘sto libro, cosa vuoi che succeda, sei una demente…” e altre piacevolezze del genere). Così decido sfinita che devo smollare il libro a Paolo Nori.
Farfuglio una cosa frantumata da cui si evince tutto il mio imbarazzo e disordine mentale ed estraggo dalla borsa…. rullo di tamburi: la cartina totale degli autobus di Roma (all’epoca ero a Roma) che consegno a Nori con un bel sorriso.
Nori guarda la cartina fra le sue mani, io guardo la cartina, voglio sprofondare nella terra, Pablic relescion dice “Ma che cazzo fai!”, farfuglio, ravano nella borsa, estraggo il libro e lo porgo a Nori che mi ridà indietro la mia cartina con aria più imbarazzata di me (ma credo anche un po’ divertita).
Me ne torno a casa con la mia cartina totale degli autobus di Roma e Pablic relescion che mi insulta.
E niente, m’è venuto in mente oggi pomeriggio.
Ve lo volevo raccontare.

E altre cianfrusaglie # Se son peperoni, fioriranno

Tu eri convinta, tu cittadina con l’idea del basilico in vaso, tu eri convinta che lì ti crescesse il basilico piantato. E invece la natura se ne fotte di te e trasporta semi di peperone chissà da dove e dopo un inverno passato a domandarsi “che pianta è che pianta sarà”, ecco che finalmente in un torrido pomeriggio di giugno riesci a capire che hai una pianta di peperone ancorata alla finestra. L’universo tutto se ne sbatte dei tuoi intenti di basilico. Ti porta il peperone, ti porta, a te, sciocca cittadina. E tu sei felice. Perché non dipende tutto da te e dal tuo sbattimento. Le piante, per dire, si fanno i fatti loro, cara cittadina indaffarata. E ti pare una buona notizia.

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Pubblicità progresso

Basta con la violenza contro i puntini di sospensione!
Anche i puntini di sospensione hanno i loro diritti: sono stufi di essere usati a sproposito.
Sono stufi di essere sfruttati: due puntini di sospensione devono fare tutto il lavoro del terzo che manca; quattro o cinque puntini di sospensione devono dividere in troppe parti il cachet di tre soli puntini.
Osserva queste immagini di abuso:
così,…….
così ….,
così..così
…. così ….
Non ti paiono agghiaccianti?
Allora dì NO all’abuso dei puntini di sospensione!
(Oppure smetti di usarli, è meglio).

Narrativa da social network – Una storia tristissima, ancor più triste, ma per nulla triste anzi migliorativa.

Immagine: Miranda July - Pedestals for guilty ones

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