Contentezza urbana torinese

Così oggi dovevo fare tutti dei giri per vari appuntamenti e allora ho pedalato di qua e di là in città.
Sono passata da vecchi e nuovi quartieri, dal centro sabaudo ai bassi fabbricati industriali di inizio novecento, ora convertiti in studio di artisti, dai cortili nascosti di San Donato, alla Dora, al grattacielo di Corso Inghilterra, alle case di ringhiera con le facce della vecchia e nuova immigrazione, alle ville della Crocetta con la domestica che porta a spasso il cane dei datori di lavoro.
E sono tornata a casa felice.
Io amo la città, tantissimo, amo la forza vitale che si crea per lo stridere e il confliggere e il coabitare di poli distanti, il vecchio e il nuovo, chi è qua da generazioni e chi è appena arrivato, il centro e la periferia, l’innovazione e il degrado. Amo la dissonanza delle architetture, le stratificazioni che le generazioni hanno creato, amo anche il degrado, le merci nei negozi, i teatri d’avanguardia e i bar karaoke, i cartelli scritti a mano, le serate off, le boutique, la resistenza del vecchio al nuovo, l’arroganza di certa architettura che trasuda denaro, le soluzioni che la gente trova per ritagliarsi un pezzo di verde sul balcone, i mestieri che si inventa, i viali alberati.
Credo di amare la città perché mi dà l’idea di poterci trovare tutto ciò che mi piace stia nella mia vita, tutta questa differenza, equilibro dinamico, conflitto, sorpresa.
E amo questa città, amo Torino tanto, proprio tanto, perché riesce a contenere tutto questo, amo l’aria sabauda e le piazze sgarruppate dei mercati, l’inflessione piemontese-calabra, le ragazze nere dalle trecce coloratissime che mi cantavano in faccia mentre aspettavamo al semaforo, le madame biondo collina, gli studenti nerd del Politecnico, la tizia del negozio di stoffe che sta davanti a casa mia.
Mai avrei pensato di sentirmi così appartenere a un posto, di essere così in empatia con una città.
E invece sì.
E poi la bicicletta (se non ti stirano) che puoi guardare e passare veloce e sentire l’aria sulla faccia, ma non troppo.
Vabbé, un piccolo sfogo di contentezza urbana, ogni tanto, mica fa male, no?


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