Percorsi: dal gelsomino all’archivio

Una cosa che mi piace molto delle vite delle persone nelle case sono i loro percorsi di solitudine, la solitudine quella bella.
Mi spiego.
Quando vai da mia mamma lei ti fa fare il giro dei balconi. Ti fa vedere le sue piante, quelle nuove, quelle che sta curando, quelle che sono risorte. Ha tutta questa narrazione di cose che capitano alle sue piante che chiama “Gelsi” (gelsmino) “Rosi” (rosa) e nomi imbarazzanti e intimi del genere. Si tratta di una narrazione molto avvincente che ti fa pensare che comunque, anche a essere pianta, te ne possono succedere di belle, nella vita.
L’altro giro che ti fa fare mia mamma è quello delle istallazioni.
Ha disseminato la casa di piccoli angoli con foto, oggetti comperati o fatti da lei, tematici (le foto dei parenti, i manufatti delle figlie, oggetti del nonno, l’angolo delle casette…), li studia, li sposta, te li mostra.
Questi sono i percorsi personali di mia madre in casa. La sua mappatura creativa dello spazio intimo, i segni della sua solitudine buona, dello stare con se stessi nel proprio spazio, pur abitato da altri.
Mio padre, sul balcone, ha invece un suo piccolo angolo di insalate. Mia madre te le mostra dicendo: questo è di papà. Come se quei vasi fossero fuori dai suoi percorsi floreali. Di fatto lo sono, l’angolo delle insalate fa parte dei percorsi di mio padre e lei non se ne impiccia.
Lui, a parte le insalate, ha le sue postazioni. La mia ex camera trasformata in ufficio suo e poi la dépendance, in salotto, dove di fatto ha attuato un’occupazione clandestina oramai accettata. Ha occupato il salotto e il pc ne è il segno. Fra queste due stanze si snoda il suo percorso personale da archivista. Mio padre muove la sua vita e la casa creando archivi, faldoni che assembla, disfa e sposta. Liste, cartelline, cose da fare e da ricordare, cose da conservare, istruzioni. Dove c’è mio padre c’è archivio.
La casa dove sei cresciuta, quando ci torni, ti rivela cose che hanno fatto parte della tua vita e che vedi, ora, in altro modo.
Li ho avuti sotto gli occhi per anni, questi due. Lo sciabattare di mia madre da balcone a balcone, l’archiviare di mio padre. Ma ora, quando mi trattano da ospite e mi mostrano i frutti delle loro attività solitarie, finalmente li vedo. Me li immagino, lui e lei, soli o in compagnia dell’altro, ma ognuno affaccendato per conto suo, che si muovono per i loro percorsi individuali nella casa che è comune da anni. Mi piace immaginarmeli, come li ho visti per anni, in questa loro solitudine operosa ed è una cosa che mi fa stare bene.
Lei che osserva il suo “Gelsi” pensando alla rete da comprare per farlo salire di più. Poi va verso la rosa e leva un paio di foglie secche. Lui al pc, che fa liste e ascolta musica.
Mi piacciono questi percorsi individuali, che tutti noi abbiamo nel nostro spazio intimo.
Percorsi di cui non ci accorgiamo ma che contribuiscono a farci, a fare di noi, in modo diverso da viaggi e percorsi più ampi, ciò che siamo nel tempo e nello spazio.


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