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Fine agosto

Ritiro la maschera
che fa vedere nell’acqua
i pesci
e con lei
qualcosa della stagione
che fa risplendere sul corpo
la luce.

La indosso.

La maschera non mostra – e ci speravo –
qualcosa di ciò che sta per venire – nemmeno appannato.

Sono un sommozzatore di fine stagione.

Un’apnea casalinga.

Un nuotatore in cucina.

Anfibio spiaggiato senza battigia.

Una forma di vita sciocca
che oppone resistenza al tempo
che viene.

Da qualche parte una madre chiama
dai, dice, dobbiamo andare.

Penso che a casa ho un sacchetto di biglie
dei sassi
voglia di giocare.

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Formula semplice scaccia idiozie per bambine anche grandi

Alto
lungo
bruno
bianco
pieno
tondo
cicciottello
il tuo corpo
è
molto
bello.

Scemenze

Ritrovamenti.
Come sfogliare i tuoi appunti può aiutarti a comprendere che a tratti puoi essere davvero una brutta persona (ma saggia, innegabilmente saggia):

Ogni donna
prima o poi
ha bisogno
di un toy boy.

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San Lorenzo, i desideri e le visioni

San Lorenzo. Arriva la notte per esprimere desideri. Questa è una bacchetta magica vera e potente. La userò stanotte come ogni giorno perché faccia la magia che tutti possiamo fare: quella di trasformare i desideri e i sogni in visioni verso cui tendere, per le quali progettare costruire, muoverci e realizzare mentre il flusso delle cose ci porta con sé nelle strade di questo vecchio, contraddittorio e vivo mondo.
Coltiviamo l’arte della meraviglia e delle passioni, amici.
E buona estate a tutti!

Foto di Guido Mencari

Sul treno, mentre penso alla gioia di certi giorni e poi a quando viene il dolore

Non credo il punto sia
la felicità

Ma la pienezza del nostro
passare

Il punto è tondo

La relazione con il mondo

Ha luce bassa oggi la mattina
non rimbalza luccichii sulle cose
ed è, questa, una buona dimensione del tempo

osservare l’orizzontale il verticale
l’insetto sui bordi dei vasi
e tutto il suo cercare

ferma, tu, occhio, iniziare un giorno
sentire la tentazione di sempre
poter trattenere qualcosa, il desiderio, l’infanzia
oh fermalo, fermalo per me, fammene dono

l’aria eppure sempre si muove, ed è
una buona lezione del tempo

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Di pioggia e azzurro

Mi costruisco una domenica
con tratti di pioggia e azzurro
ne prendo pezzi da libri
pezzi da me
e anche pezzi da te
che passi sotto le mie finestre
tutto tenuto insieme dal tempo
vuoto
che non voglio riempire
ma giocare nelle stanze
chiare

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Prime volte e femmine folli

Stamattina su Il Manifesto insieme alle tante cose che accadono e si dicono e si pensano a questo mondo c’è anche un articolo su di me e sull’ultimo libro che ho scritto. Confesso senza pudore alcuno e con tutta la contentezza delle prime volte che è la mia prima volta su un quotidiano nazionale e son contenta che proprio questo sia il quotidiano. Poi c’è il fatto di essere nella rubrica FemmineFolli e last, ma veramente non least, anzi, for first, c’è quello che scrive Fabiana Sargentini, che ringrazio di cuore, (e il fatto che sia lei a farlo). Un “Vorrei averle scritte io quelle parole” messo nero su bianco da una donna in gamba fa sentire un certo qual calore. Si scrive anche per desiderio di condivisione e certe cose te lo fanno sentire.
Quindi, in sintesi, quello giallo è il mio autoritratto di oggi con sorriso.

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Percorsi: dal gelsomino all’archivio

Una cosa che mi piace molto delle vite delle persone nelle case sono i loro percorsi di solitudine, la solitudine quella bella.
Mi spiego.

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Filastrocca notturna e un poco sciocchina della felicità di stare al mondo in una notte d’estate

Voglio fare tutto per bene
onorare i disastri e le catene
tentare strade, deviarle fino in fondo
danzare al fuoco di stare a questo mondo
e voglio l’alto il profondo il tondo il pieno
il freddo il caldo l’antidoto e il veleno
voglio l’arresto la malinconia
la corsa pazza l’amore l’allegria
finché mi resta un briciolo di vita
lanciarla in aria giocare la partita

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Post lungo su tutte le cose che so sulle maestre

Qualche anno fa ho aperto un gruppo su facebook che si intitola figli di maestra. Era un gioco nato con altri amici figli di maestra. Essere figli di maestra significa sapere tutte delle cose su un mondo, che è quello delle maestre, verso il quale io, figlia di maestra, e altri figli di maestra che conosco, nutriamo una serie di sentimenti che sono in definitiva di simpatia e affetto. Un mondo dal quale ci viene anche una buona dose di divertimento quando ce lo descriviamo a vicenda. Il divertimento è quello che si prova per le cose che sono famigliari, quella roba che è “casa”, quelle cose che appartengono alla tua infanzia, al tuo lessico famigliare, al tuo clan, che ti fanno incazzare e ridere come solo il tuo clan ti fa incazzare e ridere insieme, quella roba che prendi in giro perché è tua ma che difenderesti selvaggiamente da un eventuale denigratore con tutto il suo carico di pregi e difetti, soprattutto i difetti: sono difetti, ma sono quelli del mio clan e ci tengo!
 
Ecco, quindi, in virtù della mia conoscenza approfondita ed esperienza sul campo, del mio titolo di creatrice del gruppo “Figli di maestra”, a puro titolo esemplificativo e non esaustivo, alcune caratteristiche, diciamo pregidifetti, di mia mamma e molto comuni fra le maestre, con la consapevolezza che generalizzare non…
Sì vabbè, comunque le maestre che conosco (e ne conosco) sono così:
– le maestre parlano a voce molto alta, non solo in classe, le maestre tendono a parlare a voce alta sempre
– esse sono capaci di fare lo scan-di-to come nessun altro al mon-do
– inoltre sono bravissime a far fare la fine di…
di?
di fra…
di fra…?
di frase!
Sono bravissime a far fare la fine di frase agli altri
– esse gesticolano molto, poiché le cose debbono essere CHIARE e comprese da TUTTI, esse ti spiegano BE-NE
– esse sono capaci di stare nel caos dei bambini e inoltre lo generano e lo dominano al contempo, esse sono figlie e madri del caos, hanno più occhi e bocche degli altri esseri umani ma al contempo esse sono distratte; hanno superpoteri di distrazione dovuti al loro essere figlie e madri del caos

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L’autista trombettista

Stamattina il risveglio non è stato un risveglio, è più stata una risalita da strati di coscienza, ciascuno dei quali, nel momento in cui lo superavo gridava: “Ma dove vai, torna indietro, dormi, pazza!”
Mi sono trascinata al lavoro come una che da settimane lavora, poi scrive progetti, poi va via, fa reading, poi torna, scrive, rilavora, riscrive, rimanda, rireading, ecc ecc senza mai fermarsi.
Sono stanca. Portare avanti le mie passioni mi stanca, moltissimo, in questo periodo, ma giuro che non è un post in cui mi lamento, ora lo vedrete.

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L’annosa questione della scarpa estiva

Come molte persone amo le scarpe.
Anche le scarpe con i tacchi.
D’inverno la mia flottiglia di scarpe anche con i tacchi mi soddisfa.
Affronto piogge, nevi, quotidianità lavorative, esigenze di sentirmi bella, comodità, corse, freddi con la scarpa adatta.
Vado a lavorare?
Ho la scarpa!
Esco con un tizio carino?
Ho la scarpa!
Devo correre e sgambettare?
Ho la scarpa!
Il problema mi nasce d’estate.
Ho sbagliato uno per uno tutti gli acquisti estivi, anno dopo anno, e continuo, inesorabilmente a fare errori.
Non c’è una scarpa una che io abbia acquistato per l’estate

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Quando la notte mi metto ad ascoltare

Certe cose accadono in silenzio
mentre le auto sfrecciano là fuori
nella stanza tutto è vuoto e pieno
e nel buio riconosci i fili d’oro

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Se vuoi partecipar un racconto puoi mandar

Ciao, mi hanno cooptata nella giuria di questo premio qui.
Che mi pare simpatico e carino.
Dunque se vi va di mandare al concorso, noi si leggerà!

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La madonna collage

Abbazia di Vezzolano, posto pazzesco, veramente mistico.
C’è una sala con qualche ex voto, oggetti che mi affascinano da sempre.
Guardate questo: 1913, un altro mondo, mio nonno in quella data aveva un anno. Se la sua famiglia fosse partita per raggiungere quell’abbazia sarebbe stato un viaggio.
Oggi io ci vado e ci torno in un’ora. Faccio la scampagnata.
Il mondo era altro, differente, queste donne portavano gonne lunghe di foggia ottocentesca, il voto? Ma per favore.
Di lì a poco, la guerra.
In quell’anno, nella vita di queste persone succede un fatto doloroso. Una cesura, uno strappo, che si risolve positivamente, che li fa pensare al miracolo, all’incursione del divino nella loro esistenza. Allora bisogna ringraziare il dio, raffigurando l’evento.
Chissà chi erano? Poveri o benestanti?
Chissà chi ha disegnato il ringraziamento. Qualcuno della famiglia o si è ricorso a un esterno, magari uno “specialista”, qualcuno che lo faceva di mestiere?
Qualcuno che li ritrae e ritrae il salvifico, l’eccezionale, il divino nelle loro vite con un’immagine appiccicata sul foglio, una madonna collage che salva e fa vivere.
Vite comuni, forse ora dimenticate o affidate alla memoria di pochi, famigliari, nipoti.
Quest’immagine ce ne restituisce un pezzo.
Un momento di quelle vite, ritenuto da loro stesse eccezionale, una data, un nome che le strappa un po’ all’oblio e ci fa fare l’esperienza dell’altro nel tempo, ci rispecchia, ci proietta, ci sposta, per un istante, altrove, ci permette una scheggia di identificazione.
Gente che era come noi siamo.
La potenza del racconto.

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Sbronze poetiche con Alcolibri

E per la serie ‪#‎facciocose‬ ‪#‎dicocose‬ ‪#‎eveleposto‬ ecco qui un’intervista con domande di Alcolibri Anonimi e risposte della sottoscritta a proposito di come è nato ‪Consiglidivolo per bipedi pesanti e alcuni perché e percome del mio modo di scrivere e intendere la poesia.
E poi anche anche un video dove leggo una poesia.


Quindi ‪#‎faccioanchevideo‬ ‪#‎eveliposto‬
Grazie ad Alcolibri.

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Il concorsone

Allora signori, il momento è solenne, si lancia qui IL CONCORSONE…

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Contentezza urbana torinese

Così oggi dovevo fare tutti dei giri per vari appuntamenti e allora ho pedalato di qua e di là in città.
Sono passata da vecchi e nuovi quartieri, dal centro sabaudo ai bassi fabbricati industriali di inizio novecento, ora convertiti in studio di artisti, dai cortili nascosti di San Donato, alla Dora, al grattacielo di Corso Inghilterra, alle case di ringhiera con le facce della vecchia e nuova immigrazione, alle ville della Crocetta con la domestica che porta a spasso il cane dei datori di lavoro.
E sono tornata a casa felice.
Io amo la città, tantissimo, amo la forza vitale che si crea per lo stridere e il confliggere e il coabitare di poli distanti, il vecchio e il nuovo, chi è qua da generazioni e chi è appena arrivato, il centro e la periferia, l’innovazione e il degrado. Amo la dissonanza delle architetture, le stratificazioni che le generazioni hanno creato, amo anche il degrado, le merci nei negozi, i teatri d’avanguardia e i bar karaoke, i cartelli scritti a mano, le serate off, le boutique, la resistenza del vecchio al nuovo, l’arroganza di certa architettura che trasuda denaro, le soluzioni che la gente trova per ritagliarsi un pezzo di verde sul balcone, i mestieri che si inventa, i viali alberati.
Credo di amare la città perché mi dà l’idea di poterci trovare tutto ciò che mi piace stia nella mia vita, tutta questa differenza, equilibro dinamico, conflitto, sorpresa.
E amo questa città, amo Torino tanto, proprio tanto, perché riesce a contenere tutto questo, amo l’aria sabauda e le piazze sgarruppate dei mercati, l’inflessione piemontese-calabra, le ragazze nere dalle trecce coloratissime che mi cantavano in faccia mentre aspettavamo al semaforo, le madame biondo collina, gli studenti nerd del Politecnico, la tizia del negozio di stoffe che sta davanti a casa mia.
Mai avrei pensato di sentirmi così appartenere a un posto, di essere così in empatia con una città.
E invece sì.
E poi la bicicletta (se non ti stirano) che puoi guardare e passare veloce e sentire l’aria sulla faccia, ma non troppo.
Vabbé, un piccolo sfogo di contentezza urbana, ogni tanto, mica fa male, no?

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Un libro nuovo!

Ciao, volevo dirvi una cosa semplice: ho scritto un libro nuovo.

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