Peccato

Io mi ricordo che certi giorni quand’ero piccola mia nonna mi portava in giro per Torino e le piaceva dire in continuazione Oh che bela c’a l’è Turin. E a me sinceramente all’epoca non è che me ne fregasse molto di tutta quella bellezza, mi fregava più di capire se mi stava portando alle giostre belle del Valentino o a quelle scrause del Parco Ruffini che mi spiace ma io proprio non lo sopportavo il Ruffini, mi pareva una fregatura insopportabile essere portata al Ruffini anziché al Valentino e mi faceva venire un nervoso tremendo che cercavano di spacciarmi uno per l’altro che ero piccola mica scema.
Però ora che non ho più certe ansie di giostra mi viene in mente Silvia e quel suo amore per questa città. E vado in giro come lei a dirmi, Ma guarda com’è bella Torino. E non lo dico in piemontese, ma mi sa che il sentimento è lo stesso.
Questa cosa che la gente muore è una fregatura perché poi quando vorresti dire loro le cose, quando finalmente le capisci, loro non sono lì. Però non è che si può fare diversamente, lo so. Peccato.

Back stage di un corteggiamento

Mi vedi?
Mi muovi.
Ci giochi?
Ti crepi?
Mi lasci vedere più sotto la pelle?
Ti mostro le cose, le cose più belle.

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La cicatrice

Sta sulla mia bocca
visibile senza gridare

è stato il cane, dico a chi domanda:
da ragazzina, nel giocare
ha morso ma poi si è pentito – preciso
l’ho toccato dove aveva male

E penso al muso a terra, il guaito
la sua comprensione animale, la pena
di aver provocato dolore

Un modo di imparare
dei modi, suo malgrado
in cui il bene può tagliare
in cui sbreccia l’amore
– e canzono da me
mentre la dico
la conclusione sapienziale –

Ma poi è vero
che mi lascio amare soltanto
da chi sa vedere entrambi

il segno sul viso
la breccia e il sorriso

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Che hai mangiato oggi?

Ma perché iniziamo le nostre conversazioni con la formula del “Come stai?”.

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Dialoghi corposi 2

(Puntata precedente)

Corpo, gli ho ridetto, guarda che in pausa pranzo si va a correre!
“Se si chiama pausa pranzo vuol dire che serve a mangiare non a correre” faceva lo strafottente.
Allora gli ho detto che se non la piantava gli facevo QUELLO sguardo.
“Ma va’” ha fatto lui e alzava le spalle.
E quindi mi è dispiaciuto ma gliel’ho dovuto fare.
Ci siamo vestite da catarifrangenti e hop hop.
QUELLO sguardo vs corpo 1 a 0.

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Dialoghi corposi 1

Ho detto al mio corpo: Corpo! È lunedì, siamo tornate a casa, ora questa settimana si mangia bene e si fa sport che abbiamo ingurgitato ogni genere di cose e ora bisogna fare un po’ di dieta!
Ha detto: Ah ah…
L’ha detto con aria strafottente che si capiva proprio bene che mi stava prendendo in giro.
Ho detto: Ma oh!
L’ho detto in quel modo che usava mia mamma quando io e mia sorella eravamo adolescenti e davamo le rispostacce. Mi pareva un Ma oh! veramente ben detto e riuscito, pieno di autorevolezza e sottintesi, carico della nascosta veemente frase “Io rispetto te e tu rispetti me”, mi pareva detto come quello che usciva a mia mamma e anche vagamente minaccioso, quella minaccia vaga e perciò ancora più temibile, tipo che poi all’ultimo non ti fanno uscire o cose così.
Non ho detto Ma oh, signorina! Che alla mia età non mi pareva appropriato darmi della signorina, bisogna pur averci un minimo di senso del tempo.
E niente, ho sbagliato. Evidentemente tutto stava nel Signorina! Perché quello s’è fatto colazione e pensava al pranzo come se niente fosse.

(Continua…)

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Se stesso o sé stesso (la fatica di)

La fatica di essere se stessi è faticosa.
E’ molto strano come possa essere faticosa una cosa che è un dato di fatto.
Tu sei tu.
Che fatica dovrebbe generare questa certezza?
E invece.
A volte ci affatica che siamo noi, così come siamo, difettosi.
A volte ci affatica ciò che potremmo essere, anche e soprattutto quando non sappiamo esattamente cosa.
A volte ci affatica ciò che vorremmo essere.
A volte ci affatica definire ciò che siamo e a volte ci affatica ciò che ci sfugge di noi.
A volte tutte queste cose insieme.
Ci affatica questo potente e continuo senso di cambiamento che ci aleggia addosso.
Siamo sempre noi, ma cambiamo.
E la scelta. La sempiterna possibilità di scelta.
Non sono concetti semplici.
E ci sono certe domeniche che uno non ha voglia di concetti complessi, vorrebbe magari ciabattare in pigiama e basta, ma niente, non puoi levarti di dosso il fatto che tu stesso, anche in ciabatte, sei un agglomerato di concetti complessi. Identità, storia, scelta, volontà, società, storia e, diciamolo pure, anche morte, la stronzissima.
Non puoi levarti te stesso dai piedi, non del tutto, oppure sì, magari se ti infili in quelle questioni di filosofie orientali e affini, perdita del sé, oppure droghe violente ecc ecc.
Ma io non ho il talento per queste cose.
E tutto sommato mi va bene così, l’andamento ondivago bestemmiante gaudente di te che a momenti balli e altri che inciampi in te stesso magari pure in pigiama.
E per concludere questo post sconclusionato voglio dire questo: se stesso o sé stesso son scritture corrette entrambe. Lo dice anche l’Accademia della Crusca.
Ma fra queste due possibilità rimango sempre un po’ così, sospesa, dubbiosa, affaticata. Come lo scrivo?
Meravigliosa e maledetta possibilità di scelta.
Ti odio e ti amo. (In ciabatte).

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Se io potessi

Fare come la forza del polline
fare come una cosa sospesa
 
In viaggio
 
Qualcosa che porta qualcosa
 
Se io potessi
fare il volo del seme
con la stessa caparbia missione
con la stessa potenza leggera
 
E poi, a tempo, imparare
 
La cedevolezza del fiocco
 
Neve che infine si scioglie
scompare
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Le stanze dei poeti

In una stanza si misero tutti i poeti
colti
alcuni sapevano veramente molte cose
alcuni non si coltivavano per niente
alcuni facevano sfoggio
alcuni le tenevano per sè
alcuni costruivano un pezzo tu un pezzo io
torri di sapere
dispositivi per salire
alcuni guardavano le torri e si sentivano bassi troppo in basso
altri avevano gli occhi luccicanti
per tutto ciò che potevano vedere da lassù

Poi c’era una stanza
con tutti i poeti giocherelloni
alcuni erano incommensurabilmente tristi
altri si annoiavano
altri pensavano che quello era il luogo
dove tutti avrebbero dovuto stare
alcuni erano molto molto arrabbiati con gli altri
là fuori
altri si inventavano una lingua nuova
che li divertiva tantissimo
e faceva fiorire le parole

Poi c’era la stanza
dei poeti politici

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Una mattina che mi sveglio davvero convinta che

Se tutto fosse sempre
alchimia di gioia
sai che noia.

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Su certi percorsi dell’infanzia

Mi capita a volte, mentre ho a che fare con adulti che io mi metta a immaginare che bambini sono stati.
Mi  pare talvolta che alla persona in questione sfugga per un attimo qualcosa: piccoli particolari fastidiosi e allora vedo bambine smorfiose, ragazzini prepotenti, o fragilità che lasciano intravedere voci grosse e umilianti, sgridate dall’alto; mi capita quando mi colpiscono certe fissazioni o certe irriducibili serietà, mi capita nello sfoggio della conoscenza di intravedere ragazzini zitti nella raccolta ossessiva di qualcosa, figurine o macchinine o sassi. E poi mi capita per meraviglia e curiosità. Ogni tanto qualche adulto ti permette di vedere cosa ne ha fatto di certi mondi meravigliosi dell’infanzia, come li ha trasformati, e allora è una festa perché vedi che cosa ne è stato di quel potenziale, vedi il fiorire del germoglio e quel movimento di crescita risuona anche in te e richiama la tua ragazzina, le parla di cose che verranno e di mattine e di trasformazioni, le parla della vita quando è buona e le dice che “si può fare”.

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Filastrocca del tutto mediocre

Mediocre la mia vita
mediocre il mio vicino
mediocre la musica il canto il vino
mediocre il libro, l’ossessione
mediocre il dolore, la confusione
l’essere in terra, il tu, l’io
mediocre l’idea o l’assenza di dio
mediocre il centro la speranza
mediocre ogni verso ogni mia stanza
concetto passione o l’irrazionale
bisogno di averti vicino

A volte mi pare mediocre il mattino

Poi viene qualcosa che mi fa voltare
e all’improvviso comincio a osservare

Non era il mondo, era il guardare:
mediocre il mio occhio
mediocre il pensiero
non vedere davvero.

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Una cosa sulle storie e sulla gente da cui vengo

E mi viene in mente ogni tanto quel racconto mille volte ripetuto di mio nonno e quella frase quando diceva: E ho sposato tua nonna, ma avevo un’innamorata, prima, che non ho potuto sposare perché non avevo la terra.
E mi viene sempre in mente la faccia di mio padre che si storceva perché non gli andavano – credo – tutte quelle storie sulle non-spose di mio nonno, lui che di mia nonna è figlio, e lo capisco.
Ma non è tanto questo.
Che poi le storie di mio nonno sulle sue non-spose erano varie. E non si è mai capito quanto vere. E questa della terra non è nemmeno la più ripetuta. Che addirittura mia sorella dice che lei questa non l’ha mai sentita. E ogni tanto mi viene il dubbio che me la sono inventata. Ma non credo.
Credo invece che stia, questa storia, in qualche parte della mia infanzia primissima giovinezza, quando il mondo lo conosci poco e non afferri davvero per bene certe cose.
Ma in qualche modo ugualmente la faccenda della terra è rimasta lì ad aleggiare. E il mio corpo la risputa a tratti dal gomitolo dei pensieri.
E mi ritrovo a pensare a lui e a quella ragazza che non poteva sposare per via della terra

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Gioco bouquet

Gioco.

L’altro giorno ho fatto un gioco.
Ogni tanto faccio questi giochi sbloccatesta, quando son giù.
Avevo in mente dei modi di dire e un’immagine, quella del bouquet.
Ho usato questo blocco (frasi + bouquet) come incipit e poi mi sono inventata delle variazioni.
A me son venute queste.
Chi vuole giocare giochi pure qua sotto con le sue.

Bouquet 1 (della sposa rompiballe)

Dei nervi a fior di pelle
di quello scoperto
del punto dove la lingua batte
del dente che duole
del tallone d’Achille
ne hai fatto bouquet:
ora attendi lo sposo
la forma da infilare al dito
l’antidoto in carne da marito.

Bouquet 2 (dell’amante abbandonata)

Dei nervi a fior di pelle
di quello scoperto
del punto dove la lingua batte
del dente che duole
del tallone d’Achille
ne ho fatto (marcito) bouquet:
il mio amore non viene più da me.

Bouquet 3 (dell’avanti tutta)

Dei nervi a fior di pelle
di quello scoperto
del punto dove la lingua batte
del dente che duole
del tallone d’Achille
ne ho fatto bouquet:
da gettare all’indietro
lontano da me
oltre l’ostacolo il cuore
oppure si muore.

Bouquet 4 (della fragilità)

Dei nervi a fior di pelle
di quello scoperto
del punto dove la lingua batte
del dente che duole
del tallone d’Achille
ne ho fatto bouquet:
corolla e foglia
verde e preziosa
dono per te,
la parte più fragile di me.

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IL PROFUMIERE DA CHAT (post scientifico antropologgico sperimentale)

Bene signori e soprattutto signore, questo è un post molto importante di carattere antropologico, un piccolo compendio a seguito di studi approfonditi condotti sul campo con metodo sperimentale. Quel tipo di metodo denominato “bell’esperimento di merda, passerei ora ad altro”.
Voi sicuramente conoscete la categoria antropologica del PROFUMIERE, ebbene, c’è un nuovo esemplare, nato dalla involuzione della specie a seguito dell’interazione uomo-macchina. Si tratta del PROFUMIERE DA CHAT (da qui in poi PDC).
Ora, esistono due tipologie di PDC: quello passivo e quello attivo.
Sul primo, donne, non è che si può dire molto se non: oh, te lo sei andato a cercare tu, smettila e passa al prossimo. Senza giudizio eh? Chi di noi non si è fatta tentare dal CPDT (ci provo da tastiera). E’ tutta salute. Capita. Però devi accettare la possibilità della sola. Ritenta, non è detto che sarai più fortunata, ma tu ritenta, non si sa mai, poi magari, valuta anche l’interazione lontana dalla macchina.
Vorrei invece concentrare la mia attenzione sul secondo tipo, quello attivo.
Il PDC attivo ti cerca lui.
Ti chatta.
Tu eri lì che brucavi nel sereno prato dei cazzi tuoi e lui arriva e ti chatta.
All’inizio magari non te lo caghi, ma piano piano, il PDC s’insinua nelle tue sinapsi sfruttando il tuo istinto secondario di chattatrice. E una cosetta di qua, una frasetta di là, ecco che ti balena il pensiero “OH CHE PERSONA INTERESSANTE”, che sappiamo benissimo, lo so io, lo sai tu amica, che corrisponde a quando l’eroina del film horror chiaramente NON DEVE APRIRE QUELLA MALEDETTA PORTA O AFFITTARE QUELLA STUPIDA CASA INFESTATA DAI DEMONIETTI

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Con cosa sto bene?

Come l’arancione con l’azzurro
l’accostamento del tono di verde sul verde più chiaro
io sto bene con lo sbriciolare del biscotto
al tavolino del luogo illuminato
lungo lo stelo che cresce e nel racconto dell’esistere delle cose
fra occhio e occhio
nel meccanismo di gioco
fra emissione e ascolto, nel farsi della parola
con il movimento dei raggi della ruota
e poi qui.

Vestire i miei panni
non chiedo molto altro
poterli poi di tanto in tanto mutare
svestirmi del fuori
a costato aperto
rimanerti di fronte, sottopelle
rossa e blu.

Un superpotere

Pensavo che.
Una cosa che ho imparato è: non vergognarmi del bisogno d’amore, di sentirmi unica e desiderata, in tutti i sensi e ambiti possibili.
Tutti vogliono essere amati, tutti.
Tutti vogliono essere apprezzati, tutti vogliono essere scelti per ciò che sono.
E tutti tutti, nessuno escluso, rispetto a questi bisogni (e a molti altri), è vulnerabile.
Così quando la mia vulnerabilità mi pare vergognosa, vado in giro, guardo la gente e penso.
La verduraia che ce l’ha sempre con tutti: vuole essere amata ed è vulnerabile.
Il barista fico che se la tira: vuole essere amato ed è vulnerabile.
Il prof delle superiori stronzo fascista che avevo, pure lui: vuole essere amato ed è vulnerabile.
Fassino, Appendino.
Il tuo collega che sa sempre tutto.
Il presidente della fondazione di sti cazzi.
Gli attivisti duri e puri.
I ribelli a parole.
Il poetone.
Tutti, nessuno escluso.
Per quanto si faccia finta, tutti ce ne andiamo in giro con la nostra vulnerabilità e i nostri bisogni.
E per quanto mi riguarda, saperlo, è un superpotere.

DA “DIALOGHI CANTATI CON IL MIO CUORE” 2

Mio cuoooore tu stai soffreendo
coo-sa posso fare peeer te?

Altro.
Fai altro.
Grazie.

Da “Dialoghi cantati con il mio cuore”
Ed. Cantachetipassa
Collana: Stronzatine in leggerezza

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Il naso e le braccia tagliuzzate che però sono una storia sola.

Sono andata alla mostra. C’erano poche persone nello spazio della mostra, così li ho notati subito appena arrivati perché la madre si è messa a parlare forte, più forte di quel sacrosanto modo educato che si usa per parlare alle mostre – sacrosanto che in effetti ci vuole concentrazione alle mostre per vedere e leggere le cose che scrivono sui muri. Così il tono di voce della madre, troppo alto, mi ha distratta. Ho girato la faccia per vedere da dove veniva quel parlare e li ho visti. Lì per lì non mi sono accorta di nulla, erano troppo lontani, ero troppo concentrata sul mio essere infastidita e avevo fretta di riprendere a leggere ciò che stavo leggendo e guardare ciò che stavo guardando con tutte quelle connessioni mentali veloci e molto piacevoli che ti vengono quando percorri i percorsi delle mostre.
E’ stato dopo. Quando la ragazzina mi è passata davanti.
E poi il padre. E poi la madre, accoppiati.
E’ stato lì che mi sono accorta dei nasi.

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Perché possa andare fuori

La persona
va per la strada
va al mare
va al lavoro
va al bar
va nella barca
va sull’aereo
va nella farmacia
va nei paesi
sulle montagne
va altrove.

Poi torna.

Dove abita il tuo sguardo, persona?
Le domanda qualcuno.

La persona ripone nella casa lo sguardo.

E la casa è sé ed è l’altro.

La casa è la voce che fa la domanda,
è il corpo che custodisce lo sguardo da dentro
perché possa andare fuori.

Da “Dialoghi cantati con il mio cuore”

Mio cuoooore tu stai soffreendo
coo-sa posso fare peeer te?

Niente, grazie, percaritàdiddio non fare più niente! Direi che hai già fatto abbastanza. Come se avessi accettato.

Da “Dialoghi cantati con il mio cuore”
Ed. Cantachetipassa
Collana: Stronzatine in leggerezza

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Succederà, sta già succedendo…

E’ iniziato l’anno nuovo. C’è il capodanno e c’è il primo settembre che è un’altra forma di capodanno.

Come tutti faccio i buoni e i cattivi propositi dell’anno.

E faccio anche i progetti per l’anno nuovo.

Qui il calendario dei prossimi appuntamenti fino a dicembre. Ne mancano molti ed è in via di definizione.

Dunque tenetelo d’occhio e se volete propormi date scrivete qui: signoradeicalzini@gmail.com

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Pagina corsi!

E’ on line la pagina corsi.

Perché, come, dove, quando.

Trovate tutto qui sulle questioni generali.

E qui per i corsi attivati per quest’anno.

Se invece volete attivarli per voi soli soletti, per un’associazione, un gruppo, una libreria, una classe, scrivetemi: signoradeicalzini@gmail.com